Nov 6, 2001

I want to share a poem by Cesare Pavese. It's in Italian, but if you know latin or fluently speak another romance language you might be able to understand it. I particularly liked this poem because I can well relate to it, having suffered depression. Certain verses may at first seem to contradict themselves but if you have ever suffered from loneliness but at the same time actually wanted it for whatever reason, you'd empathize with the narrator and understand where he is coming from.

Mania di solitudine

Mangio un poco di cena alla chiara finestra.
Nella stanza e gia buio e si vede nel cielo,
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo - chi sa quante donne
stan mangiando a quest'ora - il mio corpo e tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine
qualche lume gia brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.
Basta un po' di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, cosi com'e fermo il mio corpo.

Ogni cosa e isolata davanti ai miei sensi,
che l'accettano senza scomporsi: un brusio di silenzio.
Ogni cosa nel buio la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura e un gran scorrere d'acque tra l'erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrimi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi sussura di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontana dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo e tranquillo e si sente padrone.

(um, I noticed it won't render the accent marks well, so I had to take them out - sorry!!)